drellaw ha detto:: Ciao Claudio, prima di tutto complimenti per il blog, per le recensioni, per tutto, apprezzo davvero molto quello che fai. Io sono uno scrittore e nel tempo libero aiuto il mio ragazzo con sceneggiature di film (lui studia cinema all'università). So che probabilmente sei molto impegnato, ma mi piacerebbe molto parlarti di un progetto 'cinematrografico' che stiamo cercando di portare avanti e a cui vorremmo prendessi parte. Credo che potrebbe piacerti e non ti porterebbe via molto tempo. Grazie!

scrivimi su claudio.dibiagio@gmail.com :)

imcuteashellbitches ha detto:: Dimmi che sei il vero Claudio di Biagio, ti prego.

sono io. :)

Una cosa per volta - 10 - Ba Ba

COME AL SOLITO, ASCOLTATE E LEGGETE. http://www.youtube.com/watch?v=6fSUpndsFds

 - vorrei rinascere ogni volta. In modo diverso.

Qui si muore spesso, sapete? E’ il mio mondo il problema, vivo in un mondo strano. Qui si muore quando si prova un’emozione improvvisa e incredibile, bella o brutta, l’importante è che sia intensa. Così hanno deciso all’inizio e allora hanno impiantato negli abitanti del mio pianeta questo sensore che riconosce le emozioni forti. La ragione che hanno dato è addirittura ragionevole. Hanno detto, sempre loro, che prima di questa invenzione non si riusciva a riconoscere bene le cose vere da quelle fasulle; hanno detto che quando qualcuno provava qualcosa di forte non era detto che se ne accorgesse, che ora tutti sanno quando si ama, quando veramente puoi morire per qualcuno. Era l’unico modo. Siamo rimasti in pochi, e questa, secondo i loro dati, è un’ottima cosa. Hanno detto che l’esperimento è riuscito, volevano sapere quanto amore ci fosse nel nostro mondo e l’hanno scoperto. Qui siamo decimati dall’amore. Siamo rimasti pochissimi, solo pochi. 

 - vorrei rinascere ogni volta che provo qualcosa di forte. In modo diverso da come sono…

E poi ho sentito che le cose andranno sempre meglio. Ora hanno aggiornato il sensore. Ora riconosce anche le scosse piccole, anche quelle che non vengono da un sentimento, basta la passione, basta, addirittura, per alcuni soggetti, un forte trasporto. Ho parlato con qualcuno che ha rischiato grosso, che è quasi arrivato a provare amore, dice che secondo lui sarebbe stupendo, ne varrebbe la pena. Anche io la penso così. Poi quel qualcuno un giorno è morto. Stava facendo sesso e scommetto che gli piaceva un sacco. Quando siamo arrivati a prenderlo aveva la bocca aperta, spalancata! Vi giuro mai e poi mai nella mia vita ho visto una bocca così strana e tesa.

- vorrei rinascere ogni volta che provo qualcosa di forte, nell’ipotesi che succeda, ovvio. In modo diverso da come sono sempre stato.

Io li porto tutti via, li porto al museo sacro. Una specie di luogo intoccabile dove le persone possono vedere cosa succede se ci si emoziona. Se ci si libera. Oh no, questo non dovevo dirlo.

Non sono programmato per dirlo. No.

Li porto tutti lì e ci rimangono, tanto che a volte secondo me, ad alcuni, piace. Mi piace guardarli e vedo le loro facce distese, almeno non quella del tizio della bocca spalancata. Ho come l’impressione, a volte, che dovrei invidiarli. Anche se non so bene cosa significhi.

- Vorrei rinascere io. Vorrei morire. Sono un robot, e sto aspettando che l’ultimo essere di questo pianeta si spenga per sempre per far spazio a qualcosa che dovrebbe essere il mio futuro ma che mi spaventa. Non sono come gli altri, qui lavorano tutti, io devo avere qualche tipo di problema. Quando siamo arrivati e abbiamo preso il controllo di questo posto le cose erano belle. Qui si stava bene, devo ammertterlo. Ma ora abbiamo rovinato tutto. So solo che io tante volte credo di aver provato un’emozione forte eppure non muoio. Mai. Come è possibile?

Ci hanno inventati insieme al sensore, siamo tutti collegati a quel coso, al coso di ogni essere presente sul pianeta. Siamo collegati e non possiamo cogliere quello che coglie lui. 

Siamo schiavi di uno spettacolo meraviglioso a cui non possiamo partecipare.

Hanno detto che c’è un altro pianeta dove hanno testato il sensore, solo che lì quasi nessuno muore a causa delle emozioni. Sembra proprio che sia un pianeta sterile, secco, arido; non vorrei mai vivere lì. Si chiama Terra.

- Poveracci.

Fine.

Brand new project of a friend of mine. :)

Rebloggato da ONE IN ONE : BUDAPEST

Una cosa per volta - 9 - La pioggia di Parole

Non è domenica. Non è il momento di scrivere. Non lo è. E mi hanno detto che uso troppo il “non” quando scrivo. Sarà che mi preme far capire che quello che viene dopo quella parola sia sbagliato, sbagliatissimo a volte.

Non è domenica, sentite quanto vi arriva il concetto? Capite subito che potrebbe essere qualsiasi altro giorno della settimana tranne domenica, quella è sbagliata evidentemente per quello che state leggendo… e vi affidate a chi lo scrive.

Se questo stronzo ha scritto che non è domenica un motivo ci sarà, un motivo per rendere tutti gli altri giorni della settimana più giusti della domenica ci deve pur essere, almeno nella sua testa.

Questo fate, vi affidate a chi scrive, per leggere, ed è dolce, è una melodia mentale paradossalmente pericolosa, annullante e dolcissima. Lui ha scritto per voi che scivolate su quelle parole, come fossero l’unica cosa importante in quel momento. Chi scrive non sa cosa viene dopo la prossima parola e tanto meno lo vuole sapere: sa solo che quando la parola arriverà chi leggerà sarà tranquillo di trovarla, senza entrare in un vicolo cieco.

Leggere è più impegnativo di scrivere. Planare e atterrare su un mondo che non è il proprio, dove gli occhi che si possiedono non funzionano probabilmente come dovrebbero, con regole assurde e diverse, con una legge scritta millenni prima, con abitanti che si delineano solo quando una pioggia incessante di descrizioni e digressioni bagnano i loro vestiti invisibili.

Scrivere è creare quel piccolo pianeta alieno dove tutto è possibile e possibilmente fantastico. Scrivere è te che sei bambino, in un prato, che aspetti che un aereo passi sopra la tua testa sperando che anche uno solo su quell’aereo ti veda e immagini quello che hai dentro. Tutto in un secondo, gli aerei sono veloci.

Non è domenica, ecco perché non era giusto scrivere questa cosa. Ecco perché è difficile scrivere, più di leggere. Tu hai letto, io ho scritto, tu hai finito, io no. Tu non hai capito, io sì. Sono quel bambino e prima o poi la convinzione che qualcuno da quell’aereo mi veda e mi immagini mi rende reale e mi dà la forza di esistere, anche senza la pioggia di parole.

Fine.

Una cosa per volta - 8 - Pezzo A #Progetto ??

E. diventa per G. come l’albero di Tula per Birendon. Ce n’è uno vicino la bottega di G., loro lì si sono dati il primo bacio, si sono detti ti amo, lui le ha mostrato quelle strane radici elastiche e le ha raccontato la storia del Birendon e dell’albero di Tula.

C’è quest’albero, il Tula appunto, che cresce solo dove non ci sono altri alberi. È strano e non si sa ancora il perché ma è così. Il Birendon è un uccello, completamente blu, di una vividezza praticamente impossibile da trovare in Natura. Il Tula è solo, quindi, e il caso vuole che il birendon, alla nascita, venga abbandonato dalla madre, succede a tutti quelli della sua specie e succede anche che a nascerne sia soltanto uno, ogni volta. Poi puntualmente, si dice, quando il Tula fiorisce per la prima volta un birendon si poggia su di esso. Il Tula ha delle foglie di un colore incredibilmente simile alle piume del Birendon così il birendon riconosce qualcosa di familiare in quella pianta e inizia a piangere. Sì, piangere. Come piange un uccello? Come piange ogni altro essere dotato di sensibilità, solo che lui lo fa rilasciando questa polverina dalle piume, una sorta di polvere luccicante che si poggia a terra, proprio sopra le radici del Tula.

Così succede una volta sola e passano gli anni fino a quando il Tula è completamente ricoperto di questa patina di polvere luccicante come se se ne nutrisse. Il birendon intanto non è mai tornato sul Tula, perché ci si dimentica a volte delle cose giuste fino a quando arriva il momento in cui il Birendon non ha più lacrime e polvere e quindi torna a prenderne un po’ sul Tula. Da lì in poi l’albero cresce, il birendon va e torna sempre, senza mai dimenticarsi di quello che sia diventato il Tula per lui. 

Il Tula deve quello che è diventato al Birendon e quest’ultimo deve all’albero l’emozione di una vita. 

Qualcuno dice addirittura che per ogni Tula che nasce ci sia un Birendon che cinguetta per la prima volta, come un richiamo, come se fosse possibile far nascere dal nostro pensiero l’oggetto di tutti i nostri bisogni.

Il Tula sa che il Birendon tornerà; ha sofferto, hanno sofferto entrambi, per questo è giusto che sia così, che vada a finire così.

Fino alla fine.

E. si fa raccontare questa storia da G. praticamente ogni domenica, quando loro vanno sotto il Tula. È più bello di notte, certo, con tutto quel luccicare, ma anche di giorno ha il suo fascino.

È sotto il Tula che G. chiede a E. di sposarlo. Lei accetta e la scena diventa buffa poco prima del suo sì: la ragazza, presa dall’entusiasmo non riesce a parlare e quindi inizia a correre via, il più forte e lontano possibile da G. e dal Tula. 

G. rimane lì, senza dire niente, la aspetta come il Tula aspetta il ritorno del Birendon e infatti lei torna, sfinita, vuota, pronta a pronunciare l’unica parola che vuole: Sì.

Sorride E., quando fa queste cose, queste cose che fa solo con G., che le permettono di essere quello che è. 

Una cosa per volta - 7 - Primo

Un mare.

Tutto intorno un’altro mare. E sotto, altro mare ancora.

Sono appena nato e il mare è al sensazione che non so e che sento. Così dipingo la mia nascita, ora che non la ricordo. Sembra assurdo ma ci dimentichiamo delle prime cose che viviamo proprio perché probabilmente non siamo ancora umani. L’umano dimentica, l’essere felice non ha memoria, ha una linea, pura e semplice che non ha tempo.

Un mare, dicevo.

Ecco cosa vi consiglio di immaginare quando pensate a quando siete nati.

Ricordate bene e vedrete che avevo ragione. La vostra fetta di mare. Passa un bisturi spostato dalla corrente, non c’è vostra madre, non serve ricordarla in quella posizione assurda, il mare ora è vostra madre. Lei è tutte quelle onde che non sai dove nascono ma sai cosa faranno e dove andranno. E in un momento sei fuori dall’acqua, due braccia di donna ti portano fuori e senti il respiro, lo vedi come qualcosa che ti viene incontro e impatta con la tua pelle inerme. Ora respiri, ora sei fuori da quella fetta di realtà che non esiste, ora sei fuori il tuo mare che è durato 9 mesi. La donna che non so ti ha aiutato a emergere da questo mare, e intorno a te ci sono 4 pareti che galleggiano come zattere che non salvano nessuno, ci sono lettini e lampade da ospedale, vista dall’alto sembra proprio quella sala operatoria dove siamo nati tutti ma così è uguale per tutti, in acqua non si sbaglia.

Sei fuori, ti guardi intorno e non sai ancora perché. Non sai niente se non che sei fuori e hai 2 mani di donna che non so sotto le ascelle che ti tengono. Sembra di volare, strano, 2 minuti fa nuotavi. Sei ancora nella fase dell’essere felice. Ma per poco, l’ossigeno che qui respiriamo ci rende umani, crea ricordi, crea diversivi, distrugge la linea.

In un momento vorresti cadere di nuovo e impattare con l’acqua, per sentirti protetto. Diciamocelo, quando siamo sotto l’acqua, completamente, siamo protetti, siamo al sicuro, niente e nessuno ci porterà più sotto di così, questa è la certezza, non la paura di risalire.

Mamma piange. Perchè? L’ho fatta soffrire? Il pianto, il sudore, il sorriso di mamma, le 3 frecce che dicono alla tua testa cosa significa la vita. Sarai sempre legato al tuo mare della nascita, sarai sempre legato a ciò che non ricordi, e questo perché un tempo sei stato un essere felice. E lo puoi essere ancora.

Tuffati.

Fine. 

Una cosa per volta - 6 - La cortissima storia di X

- questa bolla gonfiabile è stata progettata per non far entrare e uscire niente…

- Davvero? E lui si diverte lì dentro? Come si chiama?

- X.

- Ah. Che bel nome.

E i 2 ricercatori rimangono immobili a guardarmi nuotare nel niente di questa bolla gigante gonfiabile. Così grande e assurda. Da qui non vi sento, sapete? È la bolla della normalità, ecco perché nessuno di voi può entrare.

- Non sente niente? Non ci sente? 

- Dicono di no…

- …wow…

Pausa. Io intanto me li guardo e nuoto.

- E se ha fame?

- Non lo so…

- E se deve evacuare?

- Eh, ho detto che non lo so…

Pausa. Mi vedono ridere, sono felice di non poter uscire. Poi un ricercatore guarda più attentamente. Poi corruccia l’espressione del viso.

- Cosa c’è?

- E quello spillo enorme che ha in mano?

Pausa. In effetti ho in mano uno spillo enorme.

- Niente dura per sempre.

- Ah.

Fine.