Una cosa per volta - 9 - La pioggia di Parole
Non è domenica. Non è il momento di scrivere. Non lo è. E mi hanno detto che uso troppo il “non” quando scrivo. Sarà che mi preme far capire che quello che viene dopo quella parola sia sbagliato, sbagliatissimo a volte.
Non è domenica, sentite quanto vi arriva il concetto? Capite subito che potrebbe essere qualsiasi altro giorno della settimana tranne domenica, quella è sbagliata evidentemente per quello che state leggendo… e vi affidate a chi lo scrive.
Se questo stronzo ha scritto che non è domenica un motivo ci sarà, un motivo per rendere tutti gli altri giorni della settimana più giusti della domenica ci deve pur essere, almeno nella sua testa.
Questo fate, vi affidate a chi scrive, per leggere, ed è dolce, è una melodia mentale paradossalmente pericolosa, annullante e dolcissima. Lui ha scritto per voi che scivolate su quelle parole, come fossero l’unica cosa importante in quel momento. Chi scrive non sa cosa viene dopo la prossima parola e tanto meno lo vuole sapere: sa solo che quando la parola arriverà chi leggerà sarà tranquillo di trovarla, senza entrare in un vicolo cieco.
Leggere è più impegnativo di scrivere. Planare e atterrare su un mondo che non è il proprio, dove gli occhi che si possiedono non funzionano probabilmente come dovrebbero, con regole assurde e diverse, con una legge scritta millenni prima, con abitanti che si delineano solo quando una pioggia incessante di descrizioni e digressioni bagnano i loro vestiti invisibili.
Scrivere è creare quel piccolo pianeta alieno dove tutto è possibile e possibilmente fantastico. Scrivere è te che sei bambino, in un prato, che aspetti che un aereo passi sopra la tua testa sperando che anche uno solo su quell’aereo ti veda e immagini quello che hai dentro. Tutto in un secondo, gli aerei sono veloci.
Non è domenica, ecco perché non era giusto scrivere questa cosa. Ecco perché è difficile scrivere, più di leggere. Tu hai letto, io ho scritto, tu hai finito, io no. Tu non hai capito, io sì. Sono quel bambino e prima o poi la convinzione che qualcuno da quell’aereo mi veda e mi immagini mi rende reale e mi dà la forza di esistere, anche senza la pioggia di parole.
Fine.