Una cosa per volta - 9 - La pioggia di Parole

Non è domenica. Non è il momento di scrivere. Non lo è. E mi hanno detto che uso troppo il “non” quando scrivo. Sarà che mi preme far capire che quello che viene dopo quella parola sia sbagliato, sbagliatissimo a volte.

Non è domenica, sentite quanto vi arriva il concetto? Capite subito che potrebbe essere qualsiasi altro giorno della settimana tranne domenica, quella è sbagliata evidentemente per quello che state leggendo… e vi affidate a chi lo scrive.

Se questo stronzo ha scritto che non è domenica un motivo ci sarà, un motivo per rendere tutti gli altri giorni della settimana più giusti della domenica ci deve pur essere, almeno nella sua testa.

Questo fate, vi affidate a chi scrive, per leggere, ed è dolce, è una melodia mentale paradossalmente pericolosa, annullante e dolcissima. Lui ha scritto per voi che scivolate su quelle parole, come fossero l’unica cosa importante in quel momento. Chi scrive non sa cosa viene dopo la prossima parola e tanto meno lo vuole sapere: sa solo che quando la parola arriverà chi leggerà sarà tranquillo di trovarla, senza entrare in un vicolo cieco.

Leggere è più impegnativo di scrivere. Planare e atterrare su un mondo che non è il proprio, dove gli occhi che si possiedono non funzionano probabilmente come dovrebbero, con regole assurde e diverse, con una legge scritta millenni prima, con abitanti che si delineano solo quando una pioggia incessante di descrizioni e digressioni bagnano i loro vestiti invisibili.

Scrivere è creare quel piccolo pianeta alieno dove tutto è possibile e possibilmente fantastico. Scrivere è te che sei bambino, in un prato, che aspetti che un aereo passi sopra la tua testa sperando che anche uno solo su quell’aereo ti veda e immagini quello che hai dentro. Tutto in un secondo, gli aerei sono veloci.

Non è domenica, ecco perché non era giusto scrivere questa cosa. Ecco perché è difficile scrivere, più di leggere. Tu hai letto, io ho scritto, tu hai finito, io no. Tu non hai capito, io sì. Sono quel bambino e prima o poi la convinzione che qualcuno da quell’aereo mi veda e mi immagini mi rende reale e mi dà la forza di esistere, anche senza la pioggia di parole.

Fine.

Una cosa per volta - 8 - Pezzo A #Progetto ??

E. diventa per G. come l’albero di Tula per Birendon. Ce n’è uno vicino la bottega di G., loro lì si sono dati il primo bacio, si sono detti ti amo, lui le ha mostrato quelle strane radici elastiche e le ha raccontato la storia del Birendon e dell’albero di Tula.

C’è quest’albero, il Tula appunto, che cresce solo dove non ci sono altri alberi. È strano e non si sa ancora il perché ma è così. Il Birendon è un uccello, completamente blu, di una vividezza praticamente impossibile da trovare in Natura. Il Tula è solo, quindi, e il caso vuole che il birendon, alla nascita, venga abbandonato dalla madre, succede a tutti quelli della sua specie e succede anche che a nascerne sia soltanto uno, ogni volta. Poi puntualmente, si dice, quando il Tula fiorisce per la prima volta un birendon si poggia su di esso. Il Tula ha delle foglie di un colore incredibilmente simile alle piume del Birendon così il birendon riconosce qualcosa di familiare in quella pianta e inizia a piangere. Sì, piangere. Come piange un uccello? Come piange ogni altro essere dotato di sensibilità, solo che lui lo fa rilasciando questa polverina dalle piume, una sorta di polvere luccicante che si poggia a terra, proprio sopra le radici del Tula.

Così succede una volta sola e passano gli anni fino a quando il Tula è completamente ricoperto di questa patina di polvere luccicante come se se ne nutrisse. Il birendon intanto non è mai tornato sul Tula, perché ci si dimentica a volte delle cose giuste fino a quando arriva il momento in cui il Birendon non ha più lacrime e polvere e quindi torna a prenderne un po’ sul Tula. Da lì in poi l’albero cresce, il birendon va e torna sempre, senza mai dimenticarsi di quello che sia diventato il Tula per lui. 

Il Tula deve quello che è diventato al Birendon e quest’ultimo deve all’albero l’emozione di una vita. 

Qualcuno dice addirittura che per ogni Tula che nasce ci sia un Birendon che cinguetta per la prima volta, come un richiamo, come se fosse possibile far nascere dal nostro pensiero l’oggetto di tutti i nostri bisogni.

Il Tula sa che il Birendon tornerà; ha sofferto, hanno sofferto entrambi, per questo è giusto che sia così, che vada a finire così.

Fino alla fine.

E. si fa raccontare questa storia da G. praticamente ogni domenica, quando loro vanno sotto il Tula. È più bello di notte, certo, con tutto quel luccicare, ma anche di giorno ha il suo fascino.

È sotto il Tula che G. chiede a E. di sposarlo. Lei accetta e la scena diventa buffa poco prima del suo sì: la ragazza, presa dall’entusiasmo non riesce a parlare e quindi inizia a correre via, il più forte e lontano possibile da G. e dal Tula. 

G. rimane lì, senza dire niente, la aspetta come il Tula aspetta il ritorno del Birendon e infatti lei torna, sfinita, vuota, pronta a pronunciare l’unica parola che vuole: Sì.

Sorride E., quando fa queste cose, queste cose che fa solo con G., che le permettono di essere quello che è. 

Una cosa per volta - 7 - Primo

Un mare.

Tutto intorno un’altro mare. E sotto, altro mare ancora.

Sono appena nato e il mare è al sensazione che non so e che sento. Così dipingo la mia nascita, ora che non la ricordo. Sembra assurdo ma ci dimentichiamo delle prime cose che viviamo proprio perché probabilmente non siamo ancora umani. L’umano dimentica, l’essere felice non ha memoria, ha una linea, pura e semplice che non ha tempo.

Un mare, dicevo.

Ecco cosa vi consiglio di immaginare quando pensate a quando siete nati.

Ricordate bene e vedrete che avevo ragione. La vostra fetta di mare. Passa un bisturi spostato dalla corrente, non c’è vostra madre, non serve ricordarla in quella posizione assurda, il mare ora è vostra madre. Lei è tutte quelle onde che non sai dove nascono ma sai cosa faranno e dove andranno. E in un momento sei fuori dall’acqua, due braccia di donna ti portano fuori e senti il respiro, lo vedi come qualcosa che ti viene incontro e impatta con la tua pelle inerme. Ora respiri, ora sei fuori da quella fetta di realtà che non esiste, ora sei fuori il tuo mare che è durato 9 mesi. La donna che non so ti ha aiutato a emergere da questo mare, e intorno a te ci sono 4 pareti che galleggiano come zattere che non salvano nessuno, ci sono lettini e lampade da ospedale, vista dall’alto sembra proprio quella sala operatoria dove siamo nati tutti ma così è uguale per tutti, in acqua non si sbaglia.

Sei fuori, ti guardi intorno e non sai ancora perché. Non sai niente se non che sei fuori e hai 2 mani di donna che non so sotto le ascelle che ti tengono. Sembra di volare, strano, 2 minuti fa nuotavi. Sei ancora nella fase dell’essere felice. Ma per poco, l’ossigeno che qui respiriamo ci rende umani, crea ricordi, crea diversivi, distrugge la linea.

In un momento vorresti cadere di nuovo e impattare con l’acqua, per sentirti protetto. Diciamocelo, quando siamo sotto l’acqua, completamente, siamo protetti, siamo al sicuro, niente e nessuno ci porterà più sotto di così, questa è la certezza, non la paura di risalire.

Mamma piange. Perchè? L’ho fatta soffrire? Il pianto, il sudore, il sorriso di mamma, le 3 frecce che dicono alla tua testa cosa significa la vita. Sarai sempre legato al tuo mare della nascita, sarai sempre legato a ciò che non ricordi, e questo perché un tempo sei stato un essere felice. E lo puoi essere ancora.

Tuffati.

Fine. 

Una cosa per volta - 6 - La cortissima storia di X

- questa bolla gonfiabile è stata progettata per non far entrare e uscire niente…

- Davvero? E lui si diverte lì dentro? Come si chiama?

- X.

- Ah. Che bel nome.

E i 2 ricercatori rimangono immobili a guardarmi nuotare nel niente di questa bolla gigante gonfiabile. Così grande e assurda. Da qui non vi sento, sapete? È la bolla della normalità, ecco perché nessuno di voi può entrare.

- Non sente niente? Non ci sente? 

- Dicono di no…

- …wow…

Pausa. Io intanto me li guardo e nuoto.

- E se ha fame?

- Non lo so…

- E se deve evacuare?

- Eh, ho detto che non lo so…

Pausa. Mi vedono ridere, sono felice di non poter uscire. Poi un ricercatore guarda più attentamente. Poi corruccia l’espressione del viso.

- Cosa c’è?

- E quello spillo enorme che ha in mano?

Pausa. In effetti ho in mano uno spillo enorme.

- Niente dura per sempre.

- Ah.

Fine.

Una cosa per volta - 5 - La storia della nuvola-tetto

Ascoltate questa mentre leggete. Non vi darà fastidio.

http://www.youtube.com/watch?v=mtsqLj9tniE

- E’ come un girotondo. Sai come funziona?

Mio nonno adora farmi esempi strani per spiegarmi le cose.

- Come un girotondo che non finisce mai. Sai, quando ti porto alle giostre e tu vuoi salire sul girello? Ecco, immagina di salire ora e non scendere per molto tempo.

Mio nonno adora farmi capire le cose. Adora vedere che sono intelligente.

Siamo in un grande prato. In effetti qui non ci sono mai venuto. Mio nonno mi tiene la mano, non la lascia. Avete mai avuto la sensazione di fastidio dovuto al fatto che non sapete se l’altra persona che vi sta tenendo la mano la lascerà prima o poi? Io no. Le nuvole sono grigie e grandi. In effetti c’è solo una grande nuvola che copre tutto. E penso, sinceramente, che l’abbia costruita lui. Lui costruisce tutto. I colori che vedo: il verde di questo prato. Il rosso di quel girello arrugginito davanti a noi che galleggia a stento nell’erba alta. Il grigio della nuvola-tetto. E il colore del vento.

Ma sono un bambino, quindi tutte queste cose le penserò tra molti anni. Per il momento mi lascio tenere la mano stretta da mio nonno.

- Così è la tua vita. E prima lo capisci, meglio sai affrontarla. Sei su un girello arrugginito e continui a girare e girare e girare. Ti diverte vero?

Io sorrido. E lui mi guarda. Sorride anche lui. Potrebbe morire in questo istante di questo sorriso di un bambino di 7 anni che capisce.

- Certo, a volte può darti la nausea girare intorno a qualcosa che non si muove, che non ti aiuta, ma alla fine ti guardi alle spalle e c’è tutta realtà che scorre veloce. È tutto sfocato e come una linea che ti rincorre. Tu su quel girello sei importante sai?

Io annuisco. Ora però ho capito di meno. sono rimasto alla linea che mi rincorre. Mio nonno si siede per terra. Ha lasciato la mia mano, ma solo per sedersi. Poi mi fa segno di sedermi. Io obbedisco.

- Hai freddo?

Faccio no con la testa. Effettivamente un bambino che dice no non assomiglia per niente ad un grande che compie lo stesso gesto, chissà perché.

- Quel girello l’ha costruito mio nonno, sai? Più di 60 anni fa. Io ero ancora piccolo e non capivo cosa stesse facendo, mentre lo costruiva. Poi fu tutto chiaro. Ci ho giocato così tanto.

- E io posso giocarci?

Mio nonno mi guarda. Spalanca gli occhi, la sua bocca non è chiusa, ma nemmeno aperta. La sua bocca è la porta della mia stanza di notte, quando entrano luci e grida di mamma. E io vorrei chiuderla, perché magari è colpa mia se litigano, e la porta, una volta chiusa, magari dico io, potrebbe farli smettere. No? E ora la sua bocca è così per colpa mia? 

Poi sorride. Lo sapevo. Anzi, inizia a ridere. E allora rido pure io. Tanto è gratis.

- Certo che puoi giocarci! Devi giocarci più che puoi… devi giocarci come un matto, e non serve nemmeno sapere come si fa…

- E posso portarci chi mi pare?

- Sì. anche se tante volte le persone si stancano di girare con te. Ma non è un problema, devi solo scegliere bene chi saprà divertirsi con te.

Non capisco. Chi mai potrebbe non voler giocare? Chi è tanto stupido? La mia faccia parla da sola.

- Tu inizia a giocare, da adesso, da subito, per sempre. E vedrai che prima o poi le persone salgono da sole a giocare con te. Saliranno al volo perché ti vedranno felice. O altre non vorranno salire per lo stesso motivo, ma quelle lasciale perdere, non salgono solo perché hanno paura.

Silenzio. Forse ho capito.

- E tu, nonno?

Lui si fa scuro in volto per un attimo, poi torna ad essere sorridente. Ancora quella porta che non riesco a chiudere.

- Io sono sceso. Un po’ di tempo fa.

Sospiro. Sono solo, davanti al girello che sta affondando nel prato. Ho 24 anni, questa non è la storia di mio nonno. Ma mi piace pensare di voler giocare su quel girello ancora per molto tempo.

Ho appena iniziato.

Fine.

Una cosa per volta - 4 - Caramella

La creatività è un fossile. Chi è cazzuto ne è solo uno scultore.

Una cosa per volta - 3 - Alice, sai chi è Steve Buscemi?

Alice era felice mentre cadeva nel buco? Dico, nella testa di Carroll, era felice? Non ho letto il romanzo, ma dopo aver scritto questa cosa sarà una delle “prime 15 cose” che farò. Sono di quei momenti che ti segnano, o comunque segnano me. Alice, mentre cadeva, era felice?

Perché pensiamoci, questa povera bambina bionda sta per morire. Sta per sbattere di faccia nonsanemmenoleidove. Eppure si guarda attorno. Si gira, vede quadri, pianoforti, cunicoli, una mucca, per me è la cipolla, e continua a cadere.

Sai quanto dura questa caduta? Sai cazzo c’è alla fine? Sai chi è Steve Buscemi? Sai chi ti ha buttato nel buco?

Tu. Da sola. Cogliona bambina idiota.

E ti piaceva un frego all’inizio, stavi lì a guardare il nero che ti chiamava da dentro quel buco e non vedevi l’ora di affondare le mani e sporcarti di buio.

7 e l’hai fatto. E allora buttati di testa, buttati e perditi. E l’hai fatto. Sei solo una zoccoletta di 11 anni bionda, stupida, impavida e mortale, come tutti noi. Tempo di un occhio, un profumo e cadi nel buco. Ed è un letto che diventa sempre più grande. Ci sei tu e chi ti pare e più ti rotoli, più continui a guardare, a sentire, a toccare e più i confini di quel letto continuano ad espandersi, è assurdo, ‘sta cosa non può succedere! E poi torni a guardare e a toccare e sono già le 4. Cadi nel buco, sei Alice, sei bionda e hai un vestito orribile, e intanto non ti chiedi cosa ti aspetta dopo. Dopo. Dopo.

Dopo la caduta? Se si inizia così, immagina il resto. Ma ‘sti cazzi, continui a cadere, finchè c’è gravità, c’è speranza. Anche perché diciamocelo, tu in quel buco vuoi rimanerci un botto, speri che alla fine il tonfo sia talmente sordo e improvviso che quasi ti piaccia.

Tonf.

Ma Alice era felice mentre cadeva? Secondo me non gliene fregava un cazzo di essere infelice o felice. Era una bambina. Era me che cado e che ci cado. Era me che mi piace un frego. Ed ecco le parole di questa storia. Alice, il frego e Steve Buscemi.

Basta questo? Sì? Sembra senza senso, lo so, ma pensateci. Pensate all’assioma letto. Pensate a voi che cadete in questo buco nero che c’è nel letto della prima sensazione bella di ogni volta. Ditemi se non vorreste sprofondare all’infinito. Dove abitate voi potrebbero costruire degli ascensori che ti portano al “tuo piano” per poi ucciderti, tu ci saliresti anche se lo sapessi, ti faresti aprire le porte su quel prato su cui giocavi con tuo padre morto o in quella stanza che ancora ha quella macchia di caffè che significa “sei morta ma non te ne vai, stronza”. Ti ci butteresti a pesce e moriresti per farlo.

Che significa? Cosa significa? Significa che mi sa che rimarrò entusiasta dalle pagine che raccontano la caduta di Alice perché sicuramente lei non si è girata un attimo per guardare su o per vedere che ora fosse o per tornare indietro. Era fubba Alice, e dovremmo esserlo tutti. Intorno a te hai dei pianoforti, in questo cunicolo ci sono quadri, c’è arte, c’è splendore, sei capitata nel buco giusto, stai precipitando nel bello.

E ‘sta cosa mi piace un frego.

Fine.

Una cosa per volta - 2 - 1,2,3, s,t,e,l,l,a.

 

Incipit: giochiamo a 1 2 3 stella da quando siamo piccoli. Si vince se si sta fermi. Ma è sbagliato. Forse è il gioco più diseducativo di sempre.

- Fermo.

- Cosa?

- Fermo. Aspetta. Fermo fermo.

- Ma che è?

- Dico, c’hai mai pensato? A stare fermo.

Pausa.

- Tipo?

- Tipo che non ti muovi. È difficile. Non riusciamo a stare fermi per una questione chimica o fisica, non ci capisco un cazzo ma comunque è una delle poche cose che non riesci a fare.

- Ed è un male?

- Eh bè. Direi di sì, il contrario sarebbe un male, no?

- Direi di sì.

Pausa.

- e allora chi ti dà la sicurezza che questo non sia un male? Pensaci… sei un essere che non è in grado di 

fermarsi

completamente. E come fai a pensare? C’è sempre qualcosa che si muove, sei un cazzo di flusso di pensieri, si dice così, perché i pensieri si muovono, non stanno fermi. Ma sto qui, adesso, e dentro sento che comunque mi muovo, e cazzo, mi manca il fiato.

- questo è un attacco di panico.

- no, fidati.

- stai male perché non puoi stare completamente immobile?

- non ho detto immobile, ho detto fermo. È diverso.

Pausa.

- Ti spiego, i videogiochi.

- Eh.

- c’hai mai pensato perché li hanno inventati?

- intrattenimento e progresso.

- no.

- eh.

- i videogiochi esistono perché lì sei limitato, ma ti fanno credere il contrario. Le infinite scelte che fai nella vita, qui, sono molte di più di quelle che puoi fare in un videogioco.

Schiaffo.

- AHO! Ma che sei matto?

- no, sono reale. E in un videogioco non avrei potuto farlo. Sono libero. E in movimento. Ho un complesso di superiorità rispetto all’immobilizzazione totale e un complesso di inferiorità verso la stessa.

- … ma vaffanculo.

Pausa. E rimani da solo.

- Ma dove vai?

Pausa.

- vabè. Sono libero. E non lo sapevo. Posso muovermi ma sto fermo. Porca puttana, che situazione. E ora? Che faccio? Chi mi dice cosa è giusto? Mi muovo o rimango qui come uno scemo?

Pausa.

No, dai, sul serio cazzo, non sono un demente. Nessuno sta fermo. Nessuno riesce a stare cazzo immobile. Nessuno ne sente il bisogno. Eppure sta cosa mi sta spaventando. Adesso, qui. Mi spaventa. Mi sento con il buco del culo nudo. E fa freddo. Ma c’è il sole. Cristo, forse mi muovo.

Aspetta, quindi sono fermo.

ok.

capiamo che vuol dire.

Leggere qualcosa vuol dire muoversi. Respirare vuol dire muoversi. E muoversi vuol dire andare avanti. ok. E fino a qui ci siamo, e io urlo, qui, davanti a nessuno, che porco il clero, io sto fermo.

CAPITO?!

IO STO FERMO! QUI! E CHI CAZZO SI MUOVE!?

Pausa con silenzio.

Sono il male. E nessuno vuole stare fermo con me. Ma io capisco tante cose che voi non capite. Io vedo le vostre facce quando mi passate vicino ma poi se continuate vi vedo il culo, e voi no. Voi andate, e io vi vedo davanti e dietro, io vedo tutto da qui.

Fermatevi anche voi, dai, venite qui, nella terra di Fermo si sta una pacchia.

1,2,3 stella. Fermi. AH! TI HO VISTO, TI SEI MOSSO!

Ho perso.

Allora è un gioco.

Volevo stare fermo per davvero, ma non ci riesco, devo andare avanti, altrimenti perdo.

Fine.

Una cosa per volta - 1 - L’amore Ha-i tempi di Buzz Lightyear

Istruzioni per l’uso: 1 – leggete. 2 – andate al link sotto il testo. 3 – dopo aver ascoltato la canzone, provate a leggere di nuovo.

Non bisogna sempre cercare l’alternativo per ricevere un concetto. A volte, e solo a volte, il banale, il commerciale, il buco del culo più chiacchierato del momento, regala grandi epifanie. A nessuno piace rimanere in disparte, ma allo stesso tempo tutti adorano essere autori di qualcosa di “nicchia”.

Bella inculata.

C’è questa canzone dei Coldplay che suonano insieme a Rihanna che mi stupisce. Inizia come la favola, quella del principe e della principessa. Finisce come Rec. Questo mi fa pensare alla profondità che a volte si raggiunge quand… no. Non mi fa pensare a questo, non mi fa pensare a percorsi filosofici o a ragionamenti a terrazzate. Mi fa pensare a una che sta una merda. Mi fa pensare ad una povera cristiana stupida e innamorata di un cazzo di principe. Lei dice c’era una volta noi due - c’era una volta noi due dalla stessa parte - poi ad un certo punto io ho aperto fisicamente il mio cuore e tu lo tenevi nelle tue mani. Qui esagerano con lo splatter e ci avviciniamo sempre di più a Rec.

C’era una volta. Ma per me. Solo per me. Questo è il male generazionale. Siamo esseri geneticamente soli convinti di non esserlo solo perché qualcuno ha un coito coinvolgente con noi. Non è disillusione verso l’amore, attenzione, qui non si parla di impossibilità di trovare qualcosa in qualcun altro, è semplicemente un grido d’aiuto di un’intera razza. C’è questa ragazza, probabilmente bellissima e consapevole di esserlo che non capisce. Semplicemente questo, non capisce. Non capisce perché improvvisamente è sola, così, come avesse un infarto. Non capisce perchè, pur essendo bellissima e pur avendo dato tutto, ora non ha un cazzo di niente. Sente la testa affondare sotto l’acqua sporca, si sente scivolare in fondo a qualcosa di viscido e tutte le altre figure mentali che se i film non esistessero non tormenterebbero la sua testa. E la canzone arriva al culmine quando lei grida quello che dovremmo gridare tutti:

tu mi hai fatto veramente male

Parafrasando: sì, è stato tutto molto bello, il sesso, i baci, il sudore, l’isola, il kinder fetta a latte, i film la notte, le parole che non capivo, il viaggio, le vie dei colori e l’infinito nei tuoi occhi di questo cazzo, ma alla fine m’hai inculata. Per sempre. Felice e inculata.

E ora ricordiamoci come inizia la canzone… c’era una volta.

Immaginate di andare da un bambino, mettervi nel lettone con lui, fuori c’è la neve e tutto il suo universo è poggiato su quel letto che è poggiato sulla testa di un elefante che cammina su un filo che è sospeso nel vuoto, ma lui non lo può vedere, al massimo vede il piumone di Buzz Lightyear. Arrivate lì e iniziate dicendo “c’era una volta” e lui già sente il miele e le farfalle e la felicità.

Continuate così per una mezz’ora buona e alla fine lo guardate: così, di getto, chiudete il librone profumato di fragola chimica e gli dite che è tutta una cazzata. Che il cavaliere muore cadendo da cavallo o in una palude ucciso o stuprato da un bandito omosessuale. Che la principessa fa i pompini al padre re e la storia non finisce bene.

Forse i Coldplay non volevano dire questo, ma cazzi loro, a me hanno detto esattamente questo. E la principessa potrei essere tranquillamente io, o chiunque altro abbia amato. Perché si tratta di qualcosa di viscerale e quindi primordiale e troppo stretto e anacronistico ormai per un tempo come il nostro in cui tanti di noi non sanno cosa vuol dire più l’altra persona.

Fine.

http://www.youtube.com/watch?v=TDj3sorWXbE

Princess of China

Once upon a time somebody ran

Somebody ran away saying fast as I can

I got to go, I got to gooo

Once upon a time we fell apart

You hold it in your hands

The two halves of my heart

Once upon a time we’re burning bright

Now all we ever seem to do is fight

On and on…

Once upon a time on the same side

Once upon a time on the same side in the same game

And why’d you have to go

Have to go and throw water on my flame

I could’ve been a princess, you’d be a king

Could’ve had a castle and wore a ring

But nooooo, you let me gooooo

You stole my star

Lalalalalalaaaa….

Cause you really hurt me